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giovedì 12 dic 2019
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Pino Cuttaia, ambasciatore del Mediterraneo

Pino Cuttaia, ambasciatore del Mediterraneo

Lo chef siciliano Pino Cuttaia ha investito in un progetto di ospitalità e ristoro a Licata, città natale e sede del convivio ‘Nnumari, per promuovere l’etica a tavola e la sostenibilità delle filiere – di francesca corradi

«Fate cultura, siate ambasciatori del vostro territorio», è il messaggio che lo chef Pino Cuttaia (nella foto) lancia ai colleghi. La cucina e il cuoco si fanno sempre più portavoce di un messaggio etico che incoraggia l’economia sostenibile e circolare.
Rappresentante di una cucina, incontro tra culture, punta tutto sul prodotto e la valorizzazione di una filiera di piccoli artigiani, «perché in un piatto ci sono tanti mestieri, e bisogna custodirli».

Classe 1967, lo chef negli anni ’70 emigra dalla Sicilia al Piemonte per poi fare ritorno e, nel 2000, aprire, a Licata, La Màdia, oggi insegna due stelle Michelin. Più affetti e meno effetti: sembra questa la ricetta del percorso professionale di Cuttaia che fa innovazione riappropriandosi di un paesaggio e di un punto di vista.

Con l’evento ’Nnumari è riuscito a richiamare sul litorale agrigentino centinaia di professionisti, per costruire assieme modelli di sviluppo sociali e ambientali replicabili e condivisi. Un programma che per la prima volta ha affrontato temi che riguardano il Mediterraneo, primo fra tutti il mare, da sostenere e difendere, volto a educare e sensibilizzare le nuove generazioni.

Cuttaia racconta a MAG dell’investimento per la costruzione di un boutique hotel e della nuova sede del ristorante stellato e, inoltre, della lotta per la salvaguardia della filiera produttiva agroalimentare.

 

 

Come si è evoluto il mestiere dello chef?
Si tratta di un lavoro molto duro. Come dice Mauro Uliassi, “bisogna essere dei maratoneti”. Prima dell’avvento dei programmi televisivi il cuoco era colui che cucinava ciò che la mamma non era in grado di fare, qualcosa di lontano. Era, per così dire, complice di una globalizzazione.

Poi è diventato un ambasciatore di un territorio…

Si è fatto custode di un paesaggio e di una tradizione: interprete e non esecutore, è colui che attraverso un ingrediente racconta una cultura, un percorso in cui preferisco togliere piuttosto che aggiungere. Questo lavoro permette, inoltre, di sostenere la filiera produttiva e fare rete: la cucina è sintesi di tanti mestieri che bisogna custodire.

Il cuoco ha un ruolo anche didattico…
Sì, racconta i sapori, il territorio e l’arte. Quando un cliente si reca al ristorante deve vivere un’esperienza e “mangiare” un territorio.

CONTINUA A LEGGERE LA NOTIZIA SUL MAG 130.

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