La riscossa dello street food

di francesca corradi

Se tutti parlano di ristoranti, bar, trattorie e agriturismi quasi nessuno si occupa dello street food. Una sottocategoria che, solo in Italia, conterebbe circa 25mila operatori, soprattutto under 40.
Nel solo mese di marzo il settore avrebbe perso circa 200 milioni di euro a cui vanno sommati i mancati incassi, la merce invenduta – con un ulteriore danno di milioni di euro – e i costi fissi.
Questi operatori rientrano nella categoria degli ambulanti ma con la peculiarità di essere stagionali e di lavorare solo all’interno di eventi predefiniti in tutta Italia.
È parcheggiato il truck che faceva panini con la salamella davanti allo stadio, quello che vendeva bomboloni e croissant nel post discoteca o un trancio di pizza prima dei concerti.
Per questa pandemia anche il Festival Internazionale dello street food, protagonista in ben cento piazze in Italia, si è dovuto fermare così come gli oltre 600 operatori partecipanti a rotazione.
Però, volendo, con spazi dedicati e meno burocrazia gli operatori del cibo da strada potrebbero ripartire più velocemente di quelli con ristoranti e bar.
Oltre alla domanda di contributi a fondo perduto e l’azzeramento degli oneri fiscali per l’anno in corso, richiesti da tutti, a mio parere la misura più urgente è la semplificazione burocratica.
Per rimettersi in cammino agli operatori basterebbero tempi più rapidi nella ricezione di un permesso per un evento e una deroga per la stanzialità.
Una soluzione potrebbe essere anche la concessione di sostare nei mercati o, ancora meglio, avere un’area centrale della città, gratuita, adibita al cibo di strada.
Tutto questo ovviamente nel rispetto delle norme di sicurezza in vigore.
E in questo periodo d’emergenza sembra che anche i grandi chef, “allergici” al plexiglass stiano pensando a investire nello street food. Lo stesso tristellato Mauro Uliassi ha dichiarato di voler recuperare la sua roulotte per metterla davanti al ristorante di Senigallia e attrezzarla per fare take away: la produzione avverrebbe nella cucina e la vendita fuori.
Un’idea già implementata dal vicino di ombrellone Moreno Cedroni. Lo chef bistellato ha, infatti, lanciato Anikò delivery puntando al concetto di comunità con i suoi più affezionati clienti, quelli di prossimità, che probabilmente diventerà anche da asporto.
Anche a Roma si è deciso di investire nello street food. Secondo l’imprenditore milanese Juan Francisco Montanari: “ è la base da cui ripartire per il rilancio della ristorazione”.
Nella Capitale da anni, tra turismo e ristorazione, per via della pandemia il professionista ha chiuso un albergo e un ristorante. Si è, però, reinventato un nuovo progetto, inaugurato al Rione Monti qualche giorno fa. Per lui “lo street food nei prossimi mesi sarà la base della ristorazione popolare”.
Che si debba ricominciare a risollevare le sorti del settore ripartendo dal cibo di strada?
La riscossa dello street food

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