Olio di palma, sì o no? I passi da gigante dell’industria alimentare italiana

di francesca corradi

Il tanto demonizzato olio di palma è sempre più sostenibile, o quasi. Simbolo della deforestazione incontrollata, non c’è marchio di biscotti o merendine che sulle confezioni o negli spot pubblicitari non ne specifichi l’assenza negli ingredienti, come per sottolineare la qualità e la sicurezza del proprio snack.

I primi segnali di sensibilizzazione iniziano nel 2015, in concomitanza a Expo Milano. In quel periodo molti prodotti, tra cui la famosa crema al cioccolato spalmabile, divennero “da evitare” perché contenenti olio di palma. Di fatto si trattava della quasi totalità dei prodotti confezionati secchi.

Nel frattempo, in questi anni, l’Italia si è impegnata nella corsa verso la piena sostenibilità della filiera. Ben il 92% dell’olio di palma utilizzato dall’industria alimentare italiana nel 2019 è certificato sostenibile.

Questo, almeno, secondo il Report Annuale 2020 dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile di recente pubblicazione. Il restante 8% proviene comunque da produttori impegnati nella lotta alla deforestazione, allo sfruttamento delle torbiere, dei lavoratori e delle comunità locali.

L’Italia è il quinto paese al mondo – non male come posizione – per numero di imprese aderenti. Sono 226 le aziende associate a RSPO, ovvero con l’utilizzo di prodotto tenuto fisicamente separato dal convenzionale olio di palma lungo tutta la catena di approvvigionamento. Il dato, inoltre, è in costante aumento. Cresce anche un altro indicatore, molto importante per il miglioramento dell’awareness da parte del consumatore, ovvero il numero di licenze per l’utilizzo del marchio RSPO: 27 nel 2016, 34 nel 2017, 47 nel 2018 e 53 nel 2019.

Numeri che devono ancora migliorare, ma che confermano il reale e progressivo avvicinamento all’obiettivo del 100% di olio di palma certificato sostenibile entro il 2020. La scadenza è fissata dalla Dichiarazione di Amsterdam del 2015, che impegna i Paesi firmatari, compresa l’Italia, a promuoverne l’impiego.

Si tratta di un bel risultato per l’industria alimentare italiana che ha mosso passi da gigante verso il comune obiettivo della sostenibilità. La quota di olio di palma certificato RSPO utilizzato è più che raddoppiata in tre anni, passando dal 43% al 92%. Anche il consumatore oggi è più informato. Le ricerche di mercato confermano, inoltre, un miglioramento della percezione dei consumatori italiani nei confronti dell’olio di palma sotto il profilo nutrizionale e una crescente consapevolezza dell’esistenza dell’olio di palma sostenibile, che è la più alta in Europa (30%).

“Questi dati confermano che siamo sulla strada giusta nella nostra attività di corretta informazione e promozione di produzione e consumo responsabile. Auspichiamo che in futuro si possa contare su una adeguata regolamentazione dei claim ambientali che consenta ai consumatori di valutare la reale sostenibilità delle materie prime impiegate”,  commenta Giuseppe Allocca, presidente dell’Unione italiana olio di palma sostenibile.

Le prossime battaglie di sostenibilità del cibo che dovremmo affrontare saranno probabilmente legate alla carne e l’insospettabile avocado, dato l’impatto ambientale dovuto, ad esempio, al costo idrico molto elevato.

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