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venerdì 03 lug 2020
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Il capitalismo buono delle Benefit Corporation

Il capitalismo buono delle Benefit Corporation

Le aziende certificate, in Italia quasi cento, restituiscono più di quanto sottraggono ridefinendo un nuovo paradigma di business che concilia l’economia con l’etica. L’era delle Benefit Corporation (B Corp).

di francesca corradi

Il capitalismo vacilla e sono sempre di più le aziende B Corp che riscrivono il modo di fare impresa al grido di responsabilità sociale e sostenibilità. Queste lavorano in maniera responsabile e trasparente promuovendo una forma di capitalismo buono che va oltre l’obiettivo del profitto.

Il primo passo è diventare una Benefit Corporation ovvero un’azienda che, volontariamente, rispetta rigorosi standard sociali e ambientali, non rinunciando naturalmente al guadagno e innovando per massimizzare l’impatto positivo verso i dipendenti, le comunità e l’ambiente.

Il nostro Paese è stato il primo, dopo gli Usa, a introdurre la forma giuridica di Società Benefit, con una legge del gennaio 2016. Questa nuova forma giuridica prevede di rendere espliciti negli statuti societari le finalità specifiche di beneficio comune insieme agli obiettivi di profitto. Inoltre c’è l’impegno a comunicare annualmente, con trasparenza, i risultati raggiunti.

 

L’impegno può essere misurato grazie a una certificazione nata negli Stati Uniti e rilasciata dall’ente no-profit B Lab. Si diventa, quindi, una B Corp certificata sottoponendosi al B impact assessment. Si tratta di un test che valuta le performance aziendali sulla base di quattro parametri – governance, persone, community e ambiente –  assegnando un punteggio finale. La soglia minima per certificarsi è fissata a 80 punti, che rappresenta il punto di pareggio tra quanto l’azienda prende dalla società e dall’ambiente rispetto a quanto restituisce. Si passa, perciò, da un modello puramente estrattivo a uno rigenerativo e chi intraprende la strada delle certificazioni non è mosso da ragioni commerciali né prevede ritorni economici diretti.

A livello internazionale ci sono oltre 3200 B corporation certificate, distribuite su 71 Paesi e 150 settori economici. In Italia sono già oltre 400 le società che sono diventate Benefit e molte altre stanno completando l’iter.

Nei giorni scorsi anche un marchio come Illycaffè ha richiesto un cambio da società d’azione a Società Benefit. L’obiettivo è il sostegno di un’agricoltura integrata per preservare e migliorare la qualità sostenibile del caffè e di chi ci lavora.

Le B Corp in Italia, invece, sono all’incirca un centinaio, fatturano complessivamente 5 miliardi di euro  e danno lavoro a circa 9mila persone.

Diffondendo un paradigma più evoluto di business sembra innescarsi una competizione positiva, in cui le aziende sono misurate e valutate secondo l’impatto che hanno. Non sono solo le migliori aziende al mondo ma le migliori per il mondo.

L’Italia rappresenta la comunità con la crescita più veloce e tra i settori più virtuosi c’è il food.

Fratelli Carli, ad esempio, è stata la prima realtà produttiva italiana a ottenere la certificazione B Corp  mentre la catena  Panino Giusto, è il primo esempio nella ristorazione. A questi si aggiungono numerose altre realtà tricolori come la startup dell’acqua Wami, Slow Food Promozione, l’azienda di frutta secca bio Damiano Organic, Salcheto, Perlage Wines, Herbatint.

In futuro non sarà più possibile concepire un’azienda che non persegua la duplice finalità di profitto e impatto positivo. Diventa quindi fondamentale spiegare l’importanza di questa certificazione, soprattutto al consumatore finale. Le B Corp certo non riusciranno, da sole, a rivoluzionare il tessuto produttivo mondiale ma rappresentano, senza dubbio, una soluzione concreta e positiva che crea valore sia per gli azionisti che per tutti gli stakeholder.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO SUL MAG 143.

Nella prima foto Claudia Carli di Fratelli Carli e nella seconda Antonio Civita e Elena Riva di Panino Giuto

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