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mercoledì 22 nov 2017
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Viaggio nei segreti delle Botteghe di Leonardo

Viaggio nei segreti delle Botteghe di Leonardo

Metti tre soci che fondano un’azienda di gelato artigianale e chiamano i rispettivi figli Leonardo, ispirati dal grande ingegno di Da Vinci. È nato così il nome de Le Botteghe Di Leonardo, impresa di radici campane con lo sguardo rivolto al resto del mondo e una bandiera già issata in Brasile.

L’avventura è iniziata nel 2010 dopo un attento studio del ciclo produttivo del gelato e delle materie prime che lo compongono. Quell’anno due dei soci fondatori, Andrea Portolani e Lorenzo Marconi, hanno lasciato le loro quote a Enrico Auricchio (un lungo passato nell’omonimo gruppo di formaggi, di cui sette anni negli Usa dove è nato il figlio) e l’azienda ha assunto la struttura che ha oggi: il signor Auricchio è il presidente; Leonardo Auricchio è responsabile del business development in Italia; Eugenio De Marco è l’amministratore delegato incaricato dell’espansione all’estero.

Le Botteghe Di Leonardo è attualmente presente ad Aversa, Milano, Firenze e San Paolo. Il fatturato nel 2015, sommando quello diretto e quello indiretto, è stato di circa 5 milioni di euro e l’azienda si aspetta una crescita del 35% per il 2016. Sono previste nuove aperture in altri Stati dell’America Latina, mentre in Italia l’obiettivo è quello di aprire nel 2017 altri locali a Milano, Roma, Firenze e Bologna. In sei anni, raccontano i tre a MAG, è stata investita una somma tra i 2 e i 3 milioni di euro.

La costante attenzione per la massima qualità del prodotto (per un posizionamento verso un target di clientela medioalto) è alla base della filosofia de Le Botteghe di Leonardo, che si contraddistingue per il suo modello di business incentrato sul franchising, definito «la miglior forma di autoimpiego nei momenti di crisi». Il franchising, spiegano, è «molto più sostenibile rispetto alla gestione di punti vendita diretti sia per i costi sia per la complessità gestionale».

Inoltre nei negozi sparsi sul territorio il franchisee (la persona che ci lavora fisicamente) è interessato a far andare bene l’attività perché non è un semplice dipendente, ma diventa lui stesso imprenditore. «Il settore del gelato ha il limite della scalabilità del business», aggiungono, «quindi per renderlo redditizio bisogna distinguersi dagli altri concorrenti. Da questo punto di vista il nostro modello è più simile a quello di Amorino». Meglio invece non fare paragoni con Grom, che nel 2015 è stato venduto alla multinazionale Unilever: «Ci farebbe piacere un interesse del genere ma speriamo di presentarci con un bilancio sano ed equilibrato», sostengono i soci de Le Botteghe di Leonardo. «Pur essendo stati i pionieri del settore, i loro dati economici non erano così positivi e avevano dei limiti nel loro modello di business».

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