Slow Food: costruire un’idea di mondo migliore, insieme

di letizia ceriani

Chi ha detto che “l’uomo è un’isola” ha tagliato di netto una parte della natura umana che però, irriducibilmente, riemerge nello scontro con l’alterità. Comunque vogliamo metterla, sono le relazioni a definire i nostri percorsi, individuali e professionali, e la nostra persona. Le relazioni lasciano un segno. Una volta un saggio mi ha detto che “noi siamo le relazioni che abbiamo”, che è nella comunità che riusciamo a esprimere noi stessi, bellezza e fragilità. Nella collettività scopriamo le nostre piccolezze e le nostre grandezze.

Di relazioni, cultura, comunità e ideali, parla la storia dell’associazione Slow Food che proprio quest’anno festeggia quarant’anni di attività, e che ha da poco detto addio al suo creatore: Carlo Petrini, per gli amici, e per tutti, Carlin.

Nel 1986, il movimento nato a Bra in Piemonte scuote il mondo del cibo, proponendo come alternativa al dogma dell’efficienza e della velocità – la Fast-Life – la lentezza come chiave per riscoprire la genuinità della tavola, dei prodotti della terra, di un godimento prolungato, “la difesa del tranquillo piacere materiale”. Fino a diventare movimento internazionale nel 1989. Slow Food da decenni difende le osterie, la biodiversità, storie e culture locali – tramite i suoi celebri presidi – cercando di educare al gusto e all’alimentazione consapevole nelle numerose iniziative organizzate in giro per il globo.

L’antidoto alla Fast-Life continua a cambiare il modo di concepire l’agricoltura, la gastronomia e la loro narrazione, e oggi più che mai è avanguardia. «Le idee di successo evolvono, si attualizzano e camminano sulle gambe di altri – ha raccontato a MAG Monografie Barbara Nappini (in foto), dal 2021 presidente di Slow Food –. Quel che invece non può cambiare è l’approccio che Carlin ha inventato: la lettura della complessità del mondo a partire da un elemento tanto semplice e quotidiano quale il cibo. E anche l’idea che il mondo, a partire dal cibo, lo si possa cambiare e con gioia».

Gli effetti della rivoluzione portata da Slow Food hanno dato vita a una rete di agricoltori, ristoratori, produttori, giornalisti, attivisti, che hanno deciso di cogliere l’anarchica proposta del manifesto sotto il segno della lumaca, simbolo inconfondibile della realtà piemontese, per diffonderla nel mondo. L’organizzazione è infatti presente in 160 Paesi e si muove tramite alcuni enti strumentali, come la B Corp Slow Food Promozione e Slow Food Editore, e gli enti territoriali e regionali. Slow Food è un organismo vivo che si regge su una fitta rete di relazioni, che restano «al centro» del progetto voluto da Carlin.

L’intervista a Barbara Nappini, presidente di Slow Food.

L’eredità di Carlo Petrini e la transizione. Slow Food ha appena salutato il suo fondatore dopo quarant’anni di storia dell’associazione, nata nel 1986. Come sta gestendo il passaggio di testimone – che comunque avveniva già da qualche anno?

Io sono presidente di Slow Food Italia dal 2021 e devo dire che Carlo (Carlin) Petrini è sempre stato una figura discreta, ma fondamentale: il suo appoggio per me è stato un grande conforto. Avere Carlin come maestro e amico è stato come poter contare su un riparo sicuro. Lui ha generato il mondo Slow Food, oltre all’associazione conta una casa editrice (Slow Food Editore), l’Università di Scienze Gastronomiche, la Banca del Vino, una fondazione internazionale… Lui era il perno di tutto questo: ma tra tutti i compiti a casa che ci ha lasciato – e che noi faremo e faremo bene – ha ripetuto instancabilmente fino all’ultimo: “State uniti”. E quindi staremo uniti, e saremo tanti, perché per raccogliere un’eredità così grande, non serve un erede, ma serve una moltitudine!

Cosa cambia, e cosa non può cambiare?

Potranno modificarsi certe declinazioni, le sfumature, alcune priorità: oggi, per esempio, è impensabile parlare di cibo senza parlare di ecologia integrale, di interconnessioni, persino di fisica quantistica! Le idee di successo evolvono, si attualizzano e camminano sulle gambe di altri. Quel che invece non può cambiare è l’approccio che Carlin ha inventato: la lettura della complessità del mondo a partire da un elemento tanto semplice e quotidiano qual è il cibo. E anche l’idea che il mondo, a partire dal cibo, lo si possa cambiare e con gioia.

Che cosa significa “fare rete” per Slow Food? Un milione di attivisti, 160 Paesi nel mondo, quasi 250 gruppi territoriali in Italia: Slow Food è forse il più grande esempio di associazionismo nel mondo del cibo. Com’è strutturata questa rete e come si tengono insieme visione globale e radicamento locale?

Slow Food ha sempre messo al centro le relazioni. Poi queste relazioni si possono organizzare in comunità, condotte, coordinamenti regionali, orti comunitari, sistemi locali del cibo, alleanza dei cuochi. Al centro resta la relazione. Per questo Carlin parlava tanto di “intelligenza affettiva”, intesa come empatia, fratellanza, cooperazione. Nei 160 Paesi in cui siamo presenti, usando l’intelligenza affettiva, non abbiamo “esportato” un modello organizzativo: abbiamo coinvolto persone sulla base di un sistema valoriale e progetti concreti, ma Slow Food ha assunto la forma che il Paese stesso ha deciso di darsi. In alcuni luoghi parlare di tesseramento sarebbe assurdo, eppure abbiamo gruppi di attivisti locali più o meno formali che seguono progetti in Ucraina come in Brasile, in Giappone come in tutto il continente africano. La rete è la dimensione collettiva nella quale far parte del movimento internazionale del cibo, dove ci si sente meno soli, dove si ha meno paura, dove un orizzonte di pace e prosperità può apparire un obiettivo comune e possibile, oltre che urgente.

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L’aggregazione come strumento politico. Slow Food non è solo un’associazione di appassionati: porta le istanze dei produttori alle istituzioni europee, dialoga con governi e organismi internazionali. In che misura la forza numerica della rete si traduce in peso politico reale?

Certo che poter rappresentare tante persone in Italia ci dà una forza notevole! Ci dà forza contare su una rete di 2000 produttori di Presidio, 500 cuochi che aderiscono al Progetto dell’Alleanza dei Cuochi, più di 400 istituti nel progetto Orti a scuola, 60 Mercati della Terra… Sono migliaia le persone che, al di là del tesseramento, entrano in contatto con i progetti Slow Food e questo ci permette di dialogare di cibo e agricoltura, di agroecologia e di biodiversità, con le istituzioni e i Governi, grazie a una delega di fiducia e autorevolezza riconosciuta e documentata. Oltre a questo, devo evidenziare che l’elaborazione contenutistica di Slow Food è in continua evoluzione: la nostra rete, gli studiosi e gli artisti che ci affiancano, i nostri uffici che si occupano di contenuti, la nostra casa editrice e la nostra Università, tutto contribuisce a sollecitare il pensiero di Slow Food, a preservare ma anche ampliare e far evolvere quel patrimonio immenso che Carlin ci ha lasciato.

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Letizia Ceriani

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