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venerdì 25 set 2020
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Confagricoltura, crisi del settore suinicolo italiano

Confagricoltura, crisi del settore suinicolo italiano

L’Italia paga l’arretratezza negli accordi con la Cina. Per Confagricoltura serve un impegno concreto di tutta la filiera dei suini.

I suinicoltori di Confagricoltura lanciano l’allarme per le ripercussioni legate all’emergenza sanitaria. A questa si aggiunge, come un effetto domino,  la chiusura del canale horeca, i mutamenti dei consumi, il crollo del turismo e la flessione dell’export. Inoltre si assiste all’importazione di 53 milioni di cosce a fronte di 20 milioni prodotte.

Servirebbe avere più rapporti con Pechino. La Spagna, infatti, ha centinaia di stabilimenti autorizzati all’export di una vasta gamma di prodotti e tagli suinicoli, a differenza dell’Italia che ha solo nove impianti di macellazione autorizzati. Il Paese inoltre può solo esportare carne congelata nello stabilimento di macellazione, senza osso.

Di conseguenza: si riducono le macellazioni – si stima -20%, con oltre 200 mila capi in arretrato – e calano i prezzi all’origine. I costi per l’alimentazione animale sono, inoltre,  cresciuti anche a causa della maggior permanenza degli animali in stalla.

“Il nostro settore è al collasso – osserva Claudio Canali, presidente della Federazione suinicola nazionale di Confagricoltura -. Lo smaltimento delle giacenze è impensabile in tempi brevi, anche se ci fosse una ripresa delle macellazioni.  Macelli, industrie di trasformazione e prosciuttifici hanno deciso di rallentare le loro produzioni ma il settore primario non può frenare se non con tempi troppo lunghi – aggiunge Canali -. E tutto il peso della crisi si riversa sul settore degli allevamenti, classico anello debole di una filiera che di fatto non esiste, anzi vive nel più classico del ‘tutti contro tutti’”.

“Più che sussidi, servono misure mai pensate per i nostri sistemi produttivi ed un patto di filiera – conclude il rappresentante di Confagricoltura.

Vanno limitate le importazioni allo stretto necessario, privilegiando i capi nazionali; vanno raccordati prezzi e costi all’origine e al consumo.

“E come filiera, con le istituzioni dobbiamo delineare la nuova suinicoltura nazionale, ragionando di programmazione produttiva, Dop e capacità di export delle nostre eccellenze. E dobbiamo farlo subito, prima che il settore imploda irrimediabilmente”, afferma Canali.

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