Vino, l’export è trainato dagli spumanti

Chiusa l’edizione numero 51 di Vinitaly, il settore vinicolo si guarda allo specchio e vede un sistema dinamico, reattivo e complessivamente in buona salute, ma con diverse problematiche da affrontare nei prossimi anni. Se infatti il bilancio 2016 delle esportazioni è positivo (5,6 miliardi di euro, in crescita del 4,3% sul 2015) è anche vero che questo risultato si deve principalmente al comparto della spumantistica, che ha infranto per la prima volta la soglia del miliardo di euro.

«Il fenomeno Prosecco va sostenuto perché prosegua la sua corsa, ma non possiamo affidarci solo a questo prodotto per migliorare le performance del vino italiano fuori dai confini nazionali», ha affermato Antonio Rallo (nella foto), presidente di Unione italiana vini (Uiv). Preoccupa il dato relativo ai vini fermi in bottiglia, con un calo del 5% sui volumi accompagnato da un -1% sui valori (3,6 miliardi di euro), che secondo Rallo deve spingere l’intero mondo produttivo a fare sistema per definire nuove strategie di promozione e comunicazione dei vini italiani sui mercati internazionali.

In particolare, si possono migliorare le performance in tre Paesi chiave come Stati Uniti (prima destinazione dell’export con 1,6 miliardi di euro nel 2016 e una quota di mercato del 29%), Gran Bretagna e Cina. In quest’ultima, soprattutto, l’Italia arranca dietro ai vini francesi, spagnoli, cileni e australiani.

L’internazionalizzazione del business è una priorità del settore vinicolo, accompagnata dalla necessaria innovazione digitale per raggiungere il pubblico dei Millennials e conquistare maggiori quote di mercato in Paesi come la Cina. Alcuni progetti sono già stati avviati, come gli accordi con la piattaforma di e-commerce Alibaba e con 1919 (gigante della distribuzione online e offline di wine&spirit in Cina), ma da quanto è emerso a Vinitaly ci sono ancora ampi margini di miglioramento.

Sul fronte internazionale bisognerà poi valutare gli effetti, da un lato, della svalutazione della sterlina a causa della Brexit, dall’altro della possibile introduzione di dazi da parte di Donald Trump sui prodotti alimentari importati negli Stati Uniti, compreso il vino.

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