Ritratto di una giurista gastronoma: Paola Siniramed Trifirò
Paola Siniramed Trifirò (in foto), già assistente alla cattedra di diritto civile all’Università degli Studi di Milano, tre libri pubblicati negli ultimi cinque anni e una collezione di alcune migliaia di salini e pepini da tutto il mondo, dice di sé che è una studiosa della gastronomia. Cuoca, critica, ma soprattutto studiosa.
All’ingresso dell’attico in pieno centro a Milano, due sculture di marmo di fronte a un portone anni Trenta. L’anticamera si apre su un luminosissimo salone colmo di oggetti e libri — tavoli, grandi divani, le vetrate affacciate su un terrazzo con limonaia e aranceto che sovrasta Milano. Una scala a vista porta a un piano superiore: un altro salone, un altro terrazzo.
Partner fondatrice dello studio Trifirò & Partners insieme al marito Salvatore, esperta in special modo di diritto di famiglia, scrittrice gastronomica, giornalista appassionata, velista, collezionista. La prima parte della propria vita la racconta in maniera diretta, con apparente “normalità” — finché non tocchiamo l’argomento cibo. Ed ecco che cambiano lo sguardo, il tono della voce, il trasporto.
«La cucina è innanzitutto qualcosa che tiene insieme», dice. «Amo la compagnia, le cene tra amici. Fin dall’università, mi piaceva mettere le persone attorno a un tavolo offrendo qualcosa che incentivasse la conversazione — e niente la migliora come il buon cibo in compagnia e serenità». Una passione coltivata da oltre quarant’anni e alimentata da incontri fortunati: Paolo Panerai, che le propone le prime rubriche; Luigi Veronelli, che la porta a L’Etichetta. Nel mezzo, lo studio Trifirò che cresce, le avventure e la navigazione in barca a vela, i libri, sempre di più.
Partiamo dalla sua rubrica settimanale “L’ospite felice”.
È una rubrica che curo da circa quattro anni, diventata qualche mese fa un libro — L’ospite felice. Manuale semiserio di sopravvivenza sociale. Storie vere su come mangiavano gli antichi, i dettami del galateo e come sono cambiati. Cerco di rappresentare la tavola come uno spettacolo ad atti, dove ogni attore ha un ruolo e scambia impressioni, sensazioni, opinioni.
La tavola è felicità, quindi.
Sì, o almeno lo è per il 99% delle persone. L’Ospite felice è uno di quei libri amabili da leggere, perfetti da regalare, che sanno strappare un sorriso.
Ci sono nuovi progetti?
C’è sempre qualcosa che bolle in pentola. La fantasia forse prima o poi si esaurirà – anche se la mia è tanta. Nel frattempo, ho portato avanti altre seguitissime rubriche, come La storia nel piatto su Cook Corriere.
Tra le altre cose, ama definirsi un’“aspirante bibliofila”. La sua Bibliotheca Culinaria raccoglie circa 5000 libri.
Ho iniziato a costruirla circa trent’anni fa e negli ultimi anni mi sono fatta aiutare per la catalogazione da Martina Venuti, docente di Lingua e Letteratura Latina alla Ca’ Foscari di Venezia. Trovo che i libri siano oggetti magici, eleganti da vedere e da toccare. Sono divisi in sezioni: dai manuali e ricettari dei grandi chef – dai Jules Gouffè e George Auguste Escoffier dell’Ottocento in Francia, ai nostri contemporanei italiani Marchesi, Alajmo, Bottura e Cracco -, a testi sulla natura degli alimenti, sulle cucine regionali italiane e del mondo, su galateo e gastronomia delle feste, fino ai trattati e saggi, inglesi e francesi, di storia, filosofia e sociologia della cucina.
Continua a leggere l’intervista, SCARICA LA TUA COPIA DI MAG.