Non c’è trippa per social

*le tavole della legge

Eccoci arrivati all’ultimo appuntamento prima delle vacanze, e poi finalmente anche la redazione potrà tirare un sospiro di sollievo. Almeno per qualche settimana.

Oggi voglio mettere a tema – consapevole del rischio di stigma sociale – una polemica che ha acceso i social negli ultimi giorni e che merita un po’ di chiarezza. Perché si parla di ristorazione eccellente, del presente un po’ triste dei social, di giornalismo spiccio e di rapporti con il cliente. I più attenti avranno già capito di cosa parlo.

Ha aperto undici anni fa e da allora mantiene, con pochissimo sforzo e massima resa, la fama e la fame di noi tutti, buone forchette o semplici curiosi. Trippa, il ristorante guidato dallo chef e patron Diego Rossi insieme al socio Pietro Caroli, nell’ultimo anno ha alimentato polemiche su più fronti: le modalità di prenotazione (oggettivamente poco immediate), i giorni di chiusura nel weekend, e ora l’esclusione di due piatti storici dal menu.

Rossi ha infatti tolto dalla carta due signature amatissimi – le tagliatelle burro e parmigiano e il vitello tonnato – opponendosi a un trend ormai consolidato: molti clienti (quelli che riescono a prenotare) entrano per assaggiare proprio quei due piatti, “consumando” un coperto da massimo 30 euro – prezzi calmierati, per Milano – con l’obiettivo primario di postarli sui social, più che di viverli a tavola.

Qui però il ragionamento merita un passo in più. Perché togliere i piatti più fotografati per proteggerli dai social è, a tutti gli effetti, un’operazione di marketing impeccabile ed efficace: se ne parla ovunque, esattamente come si sarebbe parlato dei piatti stessi. Rossi non è uscito – o semplicemente non ha voluto – dal meccanismo che critica: lo ha usato a suo favore, con lucidità, governando la marea e dando una bella stoccata a una grossa fetta di simil gastro-fighetti.

Resta un punto di fondo. Rossi non ha paura di dire la sua – i metodi di prenotazione restano opinabili, tanto che io stessa ci sono stata una volta sola, anche per questo motivo – ma difende, con la spavalderia che lo contraddistingue, ciò che è suo: un luogo che riserva i tavoli a chi vuole mangiare per davvero, non solo fotografare.

Cavalcando l’onda di notorietà che lo ha investito, lo chef di Trippa dice quello che nemmeno le testate di settore osano più ammettere: che abbiamo perso il senso della tavola, alta e bassa che sia – ammesso si possa ancora tracciare questa distinzione. E allora ben venga che le voci autorevoli si facciano sentire, a costo di scatenare simpatie e antipatie, in nome di ciò che è buono e giusto.

Chissà che questa polemica non riporti in auge un senso del gusto senza fronzoli, integralismi e falsi miti — che rimetta al primo posto il cibo, e non il food.

Con questa riflessione di mezza estate vi saluto, e vi auguro delle serene e oziose vacanze. Mi raccomando, rifocillatevi come si deve.

*di letizia ceriani

Letizia Ceriani

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