Masi, il vino e la finanza

La finanza e il vino fanno parte di due mondi diversi. Il primo è frenetico, volatile e può bruciare miliardi in pochi secondi. Il secondo è lento, ha bisogno di tempo, segue il corso della natura per raggiungere il miglior risultato.

Ma Sandro Boscaini (nella foto), presidente di Masi Agricola dal 1978, ha saputo coniugare da vero pioniere questi due universi all’apparenza così distanti, rendendo l’azienda di famiglia un esempio di successo.

È passato un anno dal 30 giugno 2015, data del debutto di Masi in Borsa sul mercato Aim Italia dedicato alle piccole e medie imprese. L’azienda ha portato il 20% del capitale sul mercato (realizzando una market cap pari a circa 148 milioni di euro) a un prezzo di 4,60 euro per azione. Il collocamento istituzionale delle azioni risulta essere la più grande operazione di raccolta di capitali completata su Aim Italia nel 2015 (esclusa la raccolta effettuata dalle Spac).

Lo sbarco in Borsa ha consentito inoltre l’uscita parziale del fondo di private equity Alcedo, che era entrato nel gruppo dieci anni prima con il 28%. «L’esperienza con un fondo di investimento è stata fondamentale per un’azienda a gestione familiare come la nostra, giunta ormai alla sua settima generazione», dice a MAG il presidente Boscaini. «L’ingresso di capitali esterni è stato premiante e si è rivelato compatibile con i nostri valori e il nostro modello di business, consentendoci di guardare al mercato con uno spirito diverso».

Dopo una flessione, oggi il valore è di 4,50 euro e il titolo ha retto alla volatilità, in controtendenza con l’andamento generale della Borsa. «Significa che abbiamo individuato gli investitori giusti, che apprezzano la possibilità di puntare su asset tangibili e concreti come i nostri», afferma Boscaini. «Ciò conferma che business familiare e finanza possono unirsi sinergicamente per affrontare il mercato globale».

Il capitale raccolto con la quotazione, circa 30 milioni, è riconducibile per il 45% a investitori stranieri, soprattutto fondi, provenienti da Paesi come Svezia, Germania, Svizzera, Regno Unito, Spagna e Danimarca, e il resto agli italiani. Tutti gli investitori «oggi sono molto soddisfatti», spiega il presidente di Masi, «perché credono nei tempi lunghi del nostro prodotto, avendo una gittata di investimento dai tre ai cinque anni».

Ciò significa che «la finanza è in grado di capire il mondo vitivinicolo, scandito dalla natura e dal tempo necessario per la maturazione e l’invecchiamento della materia prima. Si può dire che la nostra quotazione abbia i ritmi tranquilli del vino». Nell’era della globalizzazione, aggiunge Boscaini, il mercato del vino di alta qualità richiede investimenti in strutture distributive e nella tracciabilità della filiera: «Tutto ciò “chiama” finanza» ed è proprio questa l’innovazione di Masi, prima azienda italiana produttrice di vino a intraprendere l’avventura in Borsa.

«Non abbiamo avuto remore sul fatto di cogliere questa opportunità», aggiunge l’amministratore delegato Federico Girotto, «l’intuizione si è rivelata positiva e gli investitori apprezzano la trasparenza e l’elevata redditività della nostra azienda», considerata tra le più appetibili dell’Aim con un Ebitda medio superiore al 30% circa.

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