Agroalimentare, il lavoro che verrà. Come si supera il mismatch di competenze

di francesca corradi

Con un fatturato di oltre 500 miliardi di euro e quasi quattro milioni di occupati, la filiera agroalimentare estesa – comparto agricolo, industria alimentare, distribuzione e horeca – è il primo settore economico del Paese. La pandemia di Covid-19 ha colpito il comparto in maniera relativamente ridotta, con una contrazione del 4% in termini di valore aggiunto su base annua.

Ora ci sono tutti i presupposti per una ripartenza dinamica, facendo leva sulle eccellenze. C’è però il rischio che la difficoltà di reperimento di alcune figure professionali rappresenti un collo di bottiglia e un ostacolo alla crescita. Per questo sembra necessario un cambiamento che coinvolga tutta la filiera dell’istruzione, in particolare istituti tecnici e licei. La formazione, infatti, rimane uno strumento fondamentale per poter rispondere alla richiesta di figure professionali che al momento scarseggiano.

A evidenziare queste nuove esigenze fra tradizione e trasformazione organizzativa e digitale è anche il focus sul settore agroalimentare realizzato da Randstad Research, per Legacoop Agrolimentare, “Ambiente futuro: il lavoro che verrà”.

Nelle industrie alimentari e delle bevande, escludendo agricoltura e commercio di prodotti alimentari, tra i professionisti che mancano all’appello guidano la classifica i tecnici dell’organizzazione e della gestione dei processi produttivi, seguiti dai meccanici e montatori di macchinari industriali, fino agli operai specializzati addetti a panificazione, produzione di pasta e lavorazioni casearie.

Secondo Randstad, il motivo più indicato come causa di mismatch di competenze è la sottoqualificazione dei lavoratori dal punto di vista tecnico e scientifico, seguita dalla scarsa capacità di aggiornarsi e tenersi al passo con i cambiamenti tecnologici e organizzativi.

Un ruolo importante, per colmare questi gap, può essere svolto dagli istituti tecnici superiori. Quelli attivi in ambito agroalimentare sono in Italia 18, in 12 regioni: in testa la Lombardia, seguita dalla Sicilia e dal Lazio. La via da perseguire è, in generale, quella di ampliare e rafforzare la capacità formativa, in linea con i fabbisogni professionali espressi dalle imprese. Un passo in questa direzione può essere rappresentato dalla riforma del sistema its, inserita nel pnrr. Tra le varie misure è previsto l’incremento degli iscritti, fino a triplicarne il numero.

Si attendono nuove professioni: dall’esperto di blockchain per il monitoraggio all’agronomo dell’agricoltura rigenerativa, dall’ambasciatore vitivinicolo della sostenibilità al gestore di fattorie verticali. Staremo a vedere…

 

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