Eatable Adventures: l’Italia abbraccia l’agrifoodtech

di letizia ceriani

Mentre l’Europa rallenta – gli investimenti agrifoodtech nel 2025 sono diminuiti del 3,7% – e il mondo perde il 12%, l’Italia cresce del 18%. Un’anomalia che vale 121,6 milioni di euro e che si porta dietro un segnale ancora più interessante: i round sopra il milione sono passati dal 12% al 39% in un solo anno. Non è un rimbalzo tecnico, è una maturazione.

A leggerla per prima, questa storia, è stata Eatable Adventures. MAG ne ha parlato con il ceo e co-fondatore José Luis Cabañero (in foto), che nel 2023 ha intuito il potenziale dell’Italia, quando il capitale specializzato nel settore era ancora quasi assente. «Non era una scommessa controcorrente – racconta – era un disallineamento strutturale in cui potevamo entrare». L’Italia corrispondeva all’identikit che cercava – secondo produttore alimentare in Europa, talenti tecnici di eccellenza, esposta strutturalmente alla scarsità di manodopera, al calo di produttività, allo stress delle filiere — e il capitale early-stage non c’era.

Oggi Eatable Adventures gestisce Foodseed, il principale programma di accelerazione foodtech della rete Cdp, con 21 startup in portafoglio il cui enterprise value aggregato è passato da 47 a 130 milioni di euro e oltre 50 collaborazioni industriali attivate. Un risultato che Cabañero legge come prova di sistema più che come successo finanziario: «In Italia si sta costruendo una nuova industria, e Foodseed è uno dei suoi pilastri strutturali».

Lo abbiamo incontrato partendo dai dati del Report sullo Stato dell’AgriFoodTech in Italia nel 2025, che Eatable Adventures ha redatto per il Verona Agrifood Innovation Hub. La riflessione che è nata va oltre i numeri. Riguarda la tensione tra innovazione e identità alimentare, il ruolo del Sud come frontiera agricola sottoutilizzata e sottostimata, e cosa significhi oggi usare la tecnologia per preservare, e non sostituire, il Made in Italy.

L’intervista di MAG a José Luis Cabañero, ceo e co-fondatore dell’acceleratore Eatable Adventures.

L’Italia cresce del 18% nell’agrifoodtech, mentre l’Europa cede il 3,7% e il mondo il 12%. Come si spiega questa controtendenza — è merito dell’ecosistema o è un effetto di partenza bassa?

Entrambe le cose. L’Italia è stata lenta nell’adottare l’onda dell’agrifoodtech, principalmente perché le aree inizialmente coperte da questo segmento di mercato non erano allineate con la domanda reale dei consumatori. Superata questa fase iniziale, l’ecosistema ha abbracciato il settore con forza, vedendolo come uno strumento di resilienza per il food tradizionale italiano in un momento di grande pressione per i produttori.

Lei ha scommesso sull’Italia nel 2023, quando pochi investitori specializzati vi rivolgevano attenzione. Cosa vedeva allora che gli altri non vedevano?

L’agrifoodtech funziona quando i fondatori possono testare sul campo, capire davvero i bisogni del mercato e operare in una regione con una filiera produttiva solida. Questo ti porta a cercare un tipo preciso di Paese: con una forte tradizione alimentare, abbastanza grande da contare, e già sotto pressione: mancanza di manodopera, produttività in calo, filiere sotto stress. Sono questi i contesti in cui il deeptech viene adottato per primo, perché l’alternativa è assistere alla contrazione del settore. L’Italia corrisponde quasi perfettamente a questo identikit: secondo produttore alimentare in Europa, talenti tecnici di eccellenza, esposta strutturalmente a tutte e tre le pressioni allo stesso tempo. Ma il capitale specializzato early-stage non c’era. Non era una scommessa controcorrente: era un disallineamento strutturale in cui potevamo entrare.

Il dato più sorprendente del vostro Report è il balzo dei round sopra il milione di euro: dal 12% al 39% in un anno solo. Cosa significa nella pratica: oggi ci sono investitori diversi, cambiano le startup, o cambia il tipo di tecnologia che si finanzia?

Tutti e tre i fattori stanno accadendo simultaneamente, ed è proprio questo che rende il dato significativo. In primo luogo, le startup stesse sono più mature. Il batch del 2023 sta ora arrivando a Serie A con trazione reale, ricavi reali e pilot industriali concreti, non semplici prototipi. Questo fa naturalmente lievitare le dimensioni dei ticket. In secondo luogo, la base degli investitori si sta trasformando. Stiamo cominciando a vedere fondi di venture capital europei di maggiori dimensioni entrare in round che avrebbero ignorato due anni fa, insieme ai bracci di corporate venture capital dell’industria agroalimentare. Il capitale in grado di sostenere ticket da growth stage sta arrivando. In terzo luogo, le tecnologie finanziate si stanno spostando verso il deeptech: biotech, robotica, sensori di precisione, che richiedono semplicemente più capitale per round rispetto ai progetti puramente software. Il segnale che leggiamo è chiaro: l’ecosistema sta entrando nella sua fase successiva. Round più grandi oggi preparano il ciclo di M&A di domani, e crediamo che quella finestra di exit sia più vicina di quanto la maggior parte degli LP ipotizzi.

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Letizia Ceriani

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