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sabato 18 gen 2020
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Gastro-diplomazia, la cucina come strumento di soft power

Gastro-diplomazia, la cucina come strumento di soft power

Quale ruolo può avere la gastronomia in chiave diplomatica ed economica? Se ne è parlato al convegno “Soft power, made in Italy e Italian lifestyle nel mondo” organizzato da Nomisma il 6 dicembre a Bologna, con il contributo del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale.

Un appuntamento che segue di pochi giorni la prima Settimana della cucina italiana nel mondo, a cui hanno partecipato operatori, esperti, diplomatici stranieri e attori della ristorazione e dell’agroalimentare.

All’evento erano presenti tra gli altri Andrea Goldstein, managing director di Nomisma, Tiziana Primori, amministratore delegato di Eataly World, lo chef Franco Pepe e il ceo del gruppo Gualtiero Marchesi Enrico Dandolo.

Cibo, cucina e cultura enogastronomica sono sempre più percepiti come strumenti di politica estera e di diplomazia economica. Come il paesaggio, l’architettura, la letteratura, il cinema o la moda, sono un’espressione dei valori nazionali.

La “gastro-diplomazia” è quindi l’insieme di iniziative realizzate per promuovere attraverso la cucina l’immagine di un Paese nel mondo e i suoi interessi, sia economici sia politici.

Uno strumento di soft power, ma anche una leva potente per promuovere l’export di beni e servizi, non solo quelli legati direttamente alla tavola e al cibo. «La concorrenza per conquistare menti e portafogli in tutto il mondo passa sempre di più da piatti e stomaci», ha dichiarato Goldstein.

La gastro-diplomazia ha una doppia funzione: da una parte, accompagnare lo sviluppo di opportunità economiche e commerciali, dall’altra, contribuire alla costruzione di un’immagine nazionale che influenzi la percezione dell’opinione pubblica estera.

Chef e ristoranti sono attori fondamentali della competitività gastronomica assieme alle scuole di cucina. L’Italia, che sta puntando su nuove politiche di promozione e valorizzazione del patrimonio gastronomico (come il Food Act e l’Associazione italiana Ambasciatori del gusto), può anche imparare dalle best practice internazionali.

Secondo l’indagine di Nomisma, nel panorama dei ristoranti tri-stellati l’Italia si posiziona al quarto posto nel mondo con 8 locali, preceduta da Giappone (26), Francia (25) e Stati Uniti (14). La cucina francese è la più gettonata tra i 118 ristoranti tri-stellati del mondo (37,3%), seguita dalla giapponese (21,2%), dalla creativa (18,6%), dall’italiana e dalla spagnola (8,5%) e da quella asiatica (5,9%). I grandi chef del mondo sono soprattutto francesi (31) e giapponesi (27) e quasi tutti uomini (solo tre sono donne).

Nelle grandi città dell’Anglosfera (New York, Los Angeles, Chicago, Londra e Toronto) il cibo italiano non teme il confronto con quello francese: secondo la Zagat i migliori ristoranti italiani hanno la stessa nota di qualità dei migliori ristoranti francesi, che perdono però il confronto considerando i parametri del décor e del servizio.

Cosa si beve nei migliori ristoranti al mondo? Nei grandi ristoranti dei Paesi che non producono grandi vini si beve soprattutto francese (10 volte il numero di bianchi rispetto ai vini italiani, 5 volte per i rossi) e il prezzo medio di una bollicina francese è 5 volte quello dei nostri spumanti.

La Francia probabilmente è stato il primo Paese a dotarsi di una strategia di diplomazia culinaria, più di due secoli fa, ma nell’ultimo decennio si sono moltiplicate le iniziative di questo tipo.

L’Italia ha adottato una strategia formale di gastro-diplomazia solo di recente con il Food Act. A fine novembre 2016 si è tenuta la prima Settimana della cucina italiana nel mondo, sul modello di iniziative simili che altri Paesi realizzano da vari anni.

Alcuni Paesi come Giappone e Corea hanno creato apposite istituzioni per promuovere la diplomazia culinaria, mentre in Francia, Spagna, Tailandia e Perù sono i ministeri o i loro enti incaricati a occuparsene direttamente o indirettamente.

Le risorse dedicate alla gastro-diplomazia sono sempre più consistenti. Per esempio, l’iniziativa “Enjoy, it’s from Europe” della Commissione europea per la promozione dell’agricoltura nel 2016 ha ricevuto 111 milioni di euro, una cifra che crescerà ogni anno fino ad arrivare a 200 milioni di euro nel 2019.

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