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mercoledì 14 nov 2018
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Bisson Abissi, bollicine cullate dal mare

Bisson Abissi, bollicine cullate dal mare

di uomo senza loden*

 

L’ignoto ha fascino: attrae, spaventa, stimola, sgomenta, ispira, allontana. Come non tremare dinnanzi a quel che i sensi e l’intelletto non colgono e forse mai coglieranno? Ignoto suona bene e nella sua intrinseca imperscrutabilità è un vocabolo denso di significato.

Le parole plasmano la realtà, allertano i sensi, dispongono il modo in cui anima, mente e sensi affrontano ed interpretano la realtà.

Restando in tema di ignoto, il vocabolo abisso, per citarne uno, possiede una primordiale capacità comunicativa a dispetto del suo essere appunto ignoto, inabile a descrivere altro se non la profondità di se stesso. Per questo attrae e chiama all’esplorazione. Come potremmo mai sottovalutare la potenzialità comunicativa dell’abisso, suggeritore di mistero e avventura, inconsapevole ed inatteso mezzo di marketing? Eppure gli esempi non mancano. Pensiamo alla promessa di abisso insita nel titolo “20.000 leghe sotto i mari”: se Verne avesse scelto, poniamo, “Tanta acqua sopra” non avrebbe stimolato la fantasia di grandi e piccini. Forse solo Fred Vargas riuscirebbe a rendere non banale questi tre vocaboli accostati. Ricordiamo ancora Asimov e i suoi “Abissi di acciaio”, oppure il film “Abissi” di Peter Yates sino a “The Abyss” di James Cameron. Abissi, dunque.

Bisson Abissi, Portofino doc 2014, porta nel nome avventura e mistero. Comunica già dalla bottiglia, ricoperta da una pellicola che preserva i detriti accumulati durante la fase di riposo subacquea. Avete letto bene. Infatti, le bottiglie di questo spumante metodo classico, dopo la pressa di spuma, “vengono posate ad affinarsi per almeno 13 mesi nei fondali marini” in gabbie di acciaio inox adagiate ad una profondità di sessanta metri, sotto pressione e ad una temperatura costante di 15°. Abissi ha in sé i vitigni bianchetta genovese, vermentino e cimixa (“scimiscià” suona più ligure), con la peculiarità, per l’annata 2014, del “Pas Dosè. Abissi racconta di mare, velieri, arrembaggi, pirati e naufragi.

Colore giallo paglierino carico, limpido, perlage fine leggermente diradato e di persistenza media. Al naso, un’immediata percezione salina (suggestione o realtà?), come di vento tra le vele o brezza mattutina estiva percepita su uno scoglio. Non mancano agrumi delicati, forse un mandarino, e poi mimosa, mandorla, sentore di pera, note vegetali leggere di color verde pallido. In bocca, corpo medio, sapido, minerale, con freschezza accentuata, buona lunghezza, con una sensazione retro-olfattiva tra il pompelmo ed il limone. Poco caldo, con un lieve disequilibrio tra i vari elementi che in fondo non stona nel definire un vino fantasioso, non omologato.

Abissi è un vino di forte impatto scenografico. Solletica l’avventuriero che è in noi, gioca con il desiderio di inconsueto. Un prodotto prima di tutto concettuale ed eccentrico, rivolto a persone ironiche, selezionate, serie ma non seriose e tanto meno ingenue: ecco perché la nota che accompagna la bottiglia e che sconsiglia di accostare Abissi con (sì: con) qualsiasi dessert si pone come una piccola stonatura che l’ironia consente di perdonare.

Abissi è adatto a pranzi o cene estivi non formali durante i quali si desideri stupire amici ed amiche giocando con loro. Interessante anche per una cena romantica sul bordo del mare, magari senza scarpe e con i piedi nella sabbia. Quanto all’abbinamento, posto che al dessert né voi né io avremmo pensato, mi orienterei verso canapè di mare, antipasti leggeri e poco conditi a base di pesce, secondi semplici e schietti. Non so quanto ortodosso sia rispetto ai sacri dettami, ma immagino Abissi con triglie appena pescate. Oppure, udite udite!, con un formaggio leggero e, perché no, con una mozzarella freschissima.

Un commento in chiusura. I fondali marini sopra i quali le bottiglie vengono ora messe a dimora sono siti nella Baia del Silenzio in zona Sestri Levante (nel passato l’onore spettava alle acque di Portofino). Questo ci rassicura, dato che ci permette di sentirci audaci pirati affrontando la perigliosa tratta, autostradale o mentale, Milano – Santa (il Margherita, ça va sans dire, è superfluo).

*l’autore è un avvocato abbastanza giovane per poter bere e mangiare ancora con entusiasmo, ma già su cientemente maturo per capire quando è ora di fermarsi

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