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Newsletter 51 del 12/12/2017

La #pizzaUnesco ci insegna due lezioni? anzi tre


di gabriele perrone

L’arte del pizzaiuolo napoletano è patrimonio immateriale dell’umanità per l’Unesco. Un riconoscimento storico, arrivato dopo tanti anni di sforzi a livello diplomatico, che valorizza i lavoratori del settore e costituisce un’ulteriore difesa del Made in Italy all’estero. Da questa decisione, quando saranno finiti i meritati festeggiamenti, potremo apprendere due lezioni importanti.

La prima è che l’impegno comune ripaga: dal 2009 il ministero delle Politiche agricole, con il supporto delle Associazioni dei pizzaioli e della Regione Campania, a cui si sono aggiunti nel tempo altri protagonisti del settore, ha lavorato al dossier di candidatura della pizza napoletana all’Unesco. Ora l’Italia ne raccoglie i frutti, confermando una volta di più che la forza del nostro Paese nel settore agroalimentare (e non solo) si moltiplica se è il risultato di un lavoro di squadra ben fatto.

La seconda lezione è che l’arte della pizza, finalmente, non è più considerata di livello inferiore. Solo in Italia parliamo di un business da 12 miliardi di euro, all’estero la passione per questo cibo è ormai globale e la tutela dell’Unesco potrà servire a contrastare il fenomeno della contraffazione dei suoi ingredienti. Manca solo la stella della guida Michelin, che in molti si aspettavano già nel 2017 e potrebbe arrivare l’anno prossimo.

Ma forse, nella motivazione del premio, c’è anche una terza lezione che possiamo portarci a casa: «Per molti giovani praticanti, diventare pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale». Prendiamo spunto da questo piccolo successo per valorizzare i “mestieri del cibo” come strumento per cercare di risolvere gli enormi problemi (disoccupazione giovanile e criminalità) che continuano ad affliggere non solo il Sud, ma tutto il nostro Paese.

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